Stiamo arrivando




Tu dormi, l’innocenza del mondo credo si sia trovata a sorprendersi nei tuoi occhi chiusi. E io posso solo abbracciarti. L’unica forma di protezione che ho. Vorrei bastasse. Che fosse il malaugurio, il demone che tenga lontano chiunque vorrà avvicinarsi a te.
Mentre riempivamo le sacche in fretta e furia, tua mamma ti sorrideva, tuo fratello dormiva ignaro sulla sua schiena. Tua mamma. La donna più bella del villaggio. Se l’amore ha occhi e un colore, quello sguardo ha l’ebano della tua mamma. Che prendeva le sue povere cose per scappare. A tuo fratello abbiamo potuto opporre un silenzio di smorfie e sorrisi. Per lui casa è dove lo portiamo. Come un senso atavico di tana. La sua vita sono i nostri odori e le nostre gambe a cui si aggrappa e si rifugia terrorizzato, se qualcuno avanza con un passo troppo deciso per le sue piccole gambe malferme.
Papà e mamma devono essere per voi sorrisi, comicità, risate. Come una danza buffa di uno stregone ebbro. Come la danza felice che feci davanti a quell’ospedale messo su per miracolo. Le organizzazioni umanitarie, si ricordano che anche noi sotto questo colore abbiamo nervi, carne, cuore. Che abbiamo figli da volere, stelle da contare, paure che nessuno ci caccia in comode case.
Quel giorno quell’ospedale di fortuna mi sembrò il posto più bello del mondo. Più bello del mondo mi sembrava.
E lo sarebbe stato per davvero il posto più bello del mondo. Savana e spine dove farvi male, dove insegnarvi a camminare a piedi nudi, maestosità di felini che sempre meno riescono a esistere. Quelli che chiamano “re della foresta”, ma dovrebbero dire “della savana”.
Se non fosse stato per il male che gli uomini chiamano Dei, religione, ideali. Tutto un pretesto.
Per non farti dormire tranquillo amore mio.
Un pretesto che entra come una lama avvelenata nel cuore degli uomini. Che nessuno stregone sa togliere. Perchè dietro tutto questo c’è un mostro verde. Il denaro. La ricchezza acceca. E fa credere di essere potenti.
Ma non si può dire che si uccide, si bombarda, si spara, per denaro. Per potere.
Allora parlano di due scatole che hanno riempito di sporcizia. Parole stuprate del loro significato.
Religione e democrazia.
Da tutti i lati. Ti fanno credere di essere buoni e ti esportano democrazia. Ti dicono di essere fratelli e ti impongono un loro dio.
Immagina, figlio mio, noi siamo in mezzo, due massi enormi che ci schiacciano, ci triturano. E noi non sappiamo dove scappare.
Dobbiamo scegliere il male minore, andare via dalla casa che abbiamo sempre avuto. Perchè rimanere significa morte sicura. E tra morte sicura e probabile, io scelgo. Anche per voi per cui mai forse avrei voluto.
Niente più fuochi propiziatori di raccolto, niente più uomini che ci aiutano a costruire pozzi, niente casa di fango e muri a secco. Fare il pane che ti piace tanto. Chissà se lo rifarò mai più.
Solo scappare. Solo arrivare ad un mare che non abbiamo mai visto e che detto tra noi, non mi interessava nemmeno di scoprire.
Affidare me a qualcuno, sperando che mi guidi bene, anche dopo che l’ho pagato, sperare che nessuno vi tocchi, perchè servono organi di bambini, perchè mia moglie è bella. Perchè non lo so, questa morsa che stringe il mio cuore, per un mondo che non sembra ospitale e sembra non ci voglia. Un leone sazio che però si diverte ancora a mangiare e far male per pigrizia. L’uomo è cattivo tanto quanto è buono. L’unico con senso vero dell’aiutare, l’unico con la voglia di uccidere solo per levarsi un capriccio.
E noi siamo qui amore mio. Mentre tu dormi e io ho i sensi moltiplicati. Una belva ferita che non ci sta a morire perchè sa che sacrifica i piccoli se solo perderà il contatto col terreno.
Non posso renderti il mondo come avrei voluto. La realtà è questa. E ogni movimento che facciamo qui dentro, aumenta di un anno la tua età, diminuisce la tua innocenza e il tuo fidarti di tutto.
Una crescita che è una esplosione di delusione e disperazione.
E io non posso farci nulla. Per dirti che non è questa gara a chi sovrasta. Che non ti guardano nemmeno in faccia. Che se domani tuo padre non riesce più a stare in vita perchè la febbre aumenta, lo butteranno a mare senza nemmeno chiederti il permesso.
Quando siamo arrivati da quegli uomini che ci avrebbero messo su questa nave scassata per attraversare il mare, ci ho provato a chiuderti gli occhi.
Perchè stava succedendo quello che succede sempre, mi hanno detto.
Quando arrivi qui ed è ora, devi imbarcarti per forza. Non puoi tornare indietro.
Non è una questione di scelta, è che non torni e basta, se ti rifiuti ti tagliano la gola e caricano a forza la tua famiglia sulla barca. Per loro è così.
Fuggi da un nemico che ti impone una legge, da uno che ti dice di essere amico e ti bombarda, arrivi da chi ti dovrebbe salvare e ti macella.
Questa è la vita che ti ho imposto. Ma non volevo. Non volevo figlio mio.
Siamo dentro questo barcone. Per salvarvi tutti non avevo potuto prendere posti sul ponte, siamo nella stiva. Tra la puzza di kerosene, la puzza umana, il dormire in piedi, il far dormire te in piedi.
Ti chiedo scusa. Ti chiedo scusa per tutto quello che non meriti e non importa che il mondo lo sta infliggendo anche a me. Perchè un padre deve proteggere il proprio figlio e io la vedo la tua delusione mentre ti sforzi di considerarmi ancora il tuo idolo.
E invece non sarà così, se sopravviveremo non mi vedrai maestoso e sorridente come al nostro villaggio, non mi vedrai scalzo e felice.
Mi vedrai umiliato, sconfitto, sempre a ringraziare. E io spero di trovare un lavoro. Qualcosa di dignitoso, che mi ripaghi da tutto questo.
Ma non adesso, non devo sognare, la benzina mi stordisce, se mi addormento ho paura di morire e ogni tanto scuoto anche te.
Devo proteggerti e io invece ti ho mentito per primo.
Per esempio non ti ho mai detto che sto mettendo la tua vita in mano alle onde e ai loro capricci. Che non lo so dove saremo domani. Che potremmo essere carne per i pesci, ossa per i fondali. Che potrebbero trovarti esanime in una spiaggia, o arrivare da solo senza di noi, persi chissà dove.
O potrei perderti io, non sapere più dove sei, ed ecco che gli incubi fanno a gara a terrorizzarmi la vista.
Vorrei che chiunque ci costringa a tutto questo, sappia poi guardarti negli occhi e spiegarti perchè lo fa, perchè io che nella mia savana sopravviverei, qui sono immondizia. Perchè non posso vivere dove vorrei e devo vivere dove nemmeno mi vogliono.
Dicono che quando arriverò, mi grideranno “tornatene al tuo paese”, non potrò nemmeno rispondere come vorrei. “Certo che ci torno, tu toglimi quella cazzo di guerra che me lo sta distuggendo!”. Ma non posso, sempre ringraziare, anche quando dicono di no, che non hanno spicci, se magari li ho aiutati a portare la spesa.
Tutto questo accompagna i miei pensieri, mentre mi chiedo se è notte, o se semplicemente qui dentro non sappiamo se è giorno, perchè lo sarà quando apriranno quel portellone.
Perchè spero in un’alba in cui un uomo mi dica che posso pregare il mio dio senza paura e il mio vicino può pregare il suo senza pericoli.
Mentre ti tocco la fronte ogni minuto, temendo tu abbia la febbre.
Mentre controllo che le ondulazioni della barca non siano così forti da giudicarle assassine.
Mentre il mondo vive, chissà dove, le sue comodità.
Tu stai aprendo i tuoi occhi.
Mi piacerebbe che li accompagnasse l’alba.
E io chiudo gli occhi e mi dico che li riapro nel mio villaggio, che è tutto un sogno frutto di un maleficio.
Mi chiedi dove siamo, il barcone ondeggia, devo solo capire se tanto da diventare una bara da fondale.
Poi ti risponderò, ma voglio essere sicuro.
Voglio dirti che siamo arrivati, che non hai nulla da temere.
Adesso te lo dico, un altro minuto ancora e rispondo.













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