Il Coyote




Questa foto scattata da Sarah Skinner mostra molto più di una vita animale. Uno sciacallo dalla schiena argentata, sta cercando di non farsi travolgere andando nel senso opposto, in una foresta di zampe di elefante in Botswana. I pachidermi stanno andando via da una fonte d’acqua e lui invece vuole a tutti i costi arrivarci. Il gruppo in un verso, il solitario nell’altro. E non è una posa, non è atteggiamento. Semplicemente modo di pensare diverso, bisogni diversi, istinto differente. Luoghi familiari situati dove la massa non arriva. Nessuno ha ragione, nessuno ha torto, è che non ci si piglia e lo si sa, tra sciacalli ed elefanti. Anzi, bisogna temere e rispettare il giusto, ma non si può cambiare la propria inclinazione solo perchè uno è più grosso di te.

E poi è che a volte meglio la solitudine contraria che una compagnia di caciaroni fintamente aggreganti. Meglio sciacallo che serpente, più sinuoso, strisciante, ingannevole, ma anche più calpestabile dai luoghi comuni.

C’è un piccolo male che sta lentamente prendendo chi si fida troppo delle apparenze ostentate sui social. Si chiama “pregiudizio dell’osservabilità”. Ovvero, ci si rende conto che gli altri hanno una vita nettamente migliore della nostra, perchè pubblicano spesso foto allegre, perchè magari raccontano fatti spiritosi, o si riprendono mentre fanno sport e sono in formissima. E noi siamo convinti che gli va tutto bene, odiamo, detestiamo, sulla base di un selfie. Ma altrettanto, basta un post allusivo, un dico non dico, senza aver ascoltato l’altra campana e subito, se l’autore ci sta simpatico, abbiamo emesso il nostro giudizio e in una chiamata alle armi di una piazza virtuale pronta a schierarsi contro il cattivone insensibile e fedifrago.

Difficile in questi contesti riuscire ad andare controcorrente, o semplicemente pensare che ognuno ci mostra solo la mercanzia che vuole, non tutta la sua vita, non lo vediamo mentre di gratta la testa con gli odori della notte e la lettiera del gatto da cambiare, con il litigio in canna con un membro della famiglia. Di questo, se possibile, non sapremo mai.

Per questo a me più che il pregiudizio dell’osservabilità, piacerebbe avere l’ostinazione dello sciacallo, controcorrente, anche in pericolo, ma che vuole arrivare dove gli altri hanno già attinto con le loro idee e opinioni, mentre lui vuole ancora capire, a costo di farsi male e di sbagliare momento, è il simbolismo che mi passa da questa foto. Apprezzo di più il canide solitario che il branco. Questo per quanto riguarda gli esseri umani, perchè nel mondo animale amo entrambi e rispetto la loro vita, sciacalli ed elefanti.


Pantere e scimmie



Mi ricordo una volta una gita ad uno zoo di Brescia. Ero ancora nell’età in cui vedere gli animali superava di gran lunga il dolore di vederli in gabbia. Del resto ero abituato a Palermo, dove avevamo un leone scalcagnato di nome Ciccio, due anatre che per me erano la destinazione naturale del pane duro di casa e un pavone per giunta poco narcisista, gli avessi mai visto fare una ruota che fosse una.

Insomma una ricca produzione nordica di animali, in un posto che per me era la valle di un regno fantastico. Figuratevi, quasi mai uscito da Palermo, Brescia era quasi da Colonne d’Ercole.

Mi aggiravo tra le gabbie, tra la meraviglia di vedere gli animali e la mia fame cronica delle 12.20. Non scherzo, mio padre ci puntava l’orologio. Quando eravamo in viaggio alle 12.20 avevo fame. Non lo so, forse il fuso orario (?), forse lo sconvolgimento. Una volta provarono pure a percularmi. Mi dissero che erano le 11.30. Io risposi: “strano ho la fame delle 12.20”.

Ad un certo punto, contigue, vidi due gabbie. In una c’erano delle scimmie, tante scimmie. Litigiose, dispettose. Ma soprattutto urlanti. Urlavano sempre. Una imitava perfettamente una sirena di antifurto e se la combatteva con un’altra che invece aveva un suono più gutturale, quasi un motorino smarmittato. Se partivano all’unisono, sembrava che si stessero fottendo un motorino smarmittato con antifurto. Facevano un casino che al confronto il casino era silenzio da convento.

Accanto, fiera e regale, una pantera, nera. Lei invece si muoveva quasi compulsivamente. Ogni tanto mordeva la gabbia, addentava le sbarre e poi masticava il nulla, per il dolore dell’azzannamento. In silenzio poi tornava indietro, dentro la finta caverna, poi usciva e andava verso le scimmie, sbuffando per il loro chiasso. Le scimmie ne avevano paura, ma erano coscienti che non poteva raggiungerle, allora si facevano solo un po’ più indietro, urlando di nuovo a squarciagola, sedute, ondeggianti, la pantera invece riprendeva il suo lavoro da Conte di Montecristo, oscuro e inutile, mordere la gabbia, hai visto mai.

Non so, ma questa immagine mi è sovvenuta ultimamente, nel vedere tanti accesi confronti degli esemplari umani tastieromuniti che siamo. In ogni argomento, legalità, mafia, calcio, molestie, si innesca questa bella gabbia che è un social. Ci chiudiamo lì, urlando come scimmie, ognuna col suo tono, chi da motorino smarmittato, chi da antifurto. In quel momento, vogliamo solo che la nostra voce prevalga, sia assoluta e guidi i proseliti. Idem la scimmia vicina.

Accanto, in gabbie meno frequentate, c’è chi prova a fare lavori oscuri di cambiamento, orde la gabbia, perchè quello può fare e chissà che piano piano, le sbarre cedano. Una resistenza e un non arrendersi che forse al massimo scalfiranno il ferro. E si spera che qualcuno continui il lavoro. Come la pantera. Poi magari c’è chi si fa qualche domanda, magari si chiede se vorrebbe entrare nella gabbia delle scimmie, attratto dalla loro confusione, oppure andare ad aiutare la pantera, che mordendo in due forse il ferro si piega prima. Magari pensa pure che tra le scimmie sarebbe un numero, con la pantera sarebbe agire. E in questa epoca, già cominciare a farsi qualche domanda così, è già un lusso. Figuriamoci cominciare a mordere la gabbia. Qualsiasi sia la nostra. 


Sirene




La città delle sirene non è facile da digerire. 
Molti preferiscono darle il nome storico. Palermo. Ma la verità è che si chiama così perché vive con un rumore di perenne sottofondo. Popipopipopiiii. Così imitiamo il suono.
Può variare di tonalità. Di accento. Essere monotono o polifonico. Ma questo suono è sempre presente. Come se avessimo horror vacui, paura di ascoltare il silenzio.
Che poi il suono è pure una sorta di navigatore. Perché se lo senti alle tue spalle, sai che in un nanosecondo ti devi sdivacare su qualche marciapiede con tutta la macchina, che se no è peggio per te.
Ti conviene camminare a piedi. In questo modo fai la stessa cosa che se guardassi un quadro dal vivo. Cogli ogni sfumatura pittorica e magari pure qualche minchiata dell'artista. E di minchiate in questa opera d'arte che è la città delle sirene, ne senti e vedi tante.
Vedi le cose belle. Arte per la quale staresti sempre col naso per aria. Poi vedi coppie innamorate e ti sembra che qui abbiano una bellezza contaminata che un po’ fai tua. Anche se non sei così bello. Ma vedi anche movimenti e azioni che non sono proprio bellissime.
E lì ti rendi conto, che quando sei nato ti devono avere messo un decoder, perché tu quei movimenti li cogli. Chi non ci è nato no. Parole incancrenite e criptate in monosillabi. Un sì o un no sono condanne.
Qui impari che puoi cambiare tutto. Ma tutto torna uguale. E che ognuno segue la sua natura come la rana e lo scorpione. Non si esce dal proprio destino se si resta nella città delle sirene. E non sempre è una cosa brutta non uscirne. Viverci è un sogno per chi la lascia. Un incubo per chi ci vive. Chi ci vive a volte ha un cinismo disincantato è un atteggiamento di chi “ma che ne sai tu che sei andato via”. Credono di essere affascinanti. Il disincanto non strega mai.
Le sirene qui vanno a sirene “spietate”. E servono a chi è distratto a guardarsi intorno. È così. Involontariamente poi cogli lo spazio e magari noti cose belle mentre a fianco a te passa una scorta di un giudice. Qui si uccide e si è ucciso. Si può fare in due modi. Con le parole e con i silenzi. Ne esiste un terzo. Ma quello è se sei veramente di troppo disturbo. Poi allontana. Allontana spesso.
Il suo meglio però, questa città lo dona quando smette di essere città delle sirene che fanno popipopipopi. E diventa quella di altre sirene.
Quelle ammaliatrici. Che mentre vai via, ti richiamano a riva. Ti seducono. Magari per farti infrangere sugli scogli. E tu ci caschi due, tre volte. Poi dici che mai più lo farai. Che non ti fiderai delle sirene della città delle sirene che ti dicono “fidati di me”. E invece sei tornato. E ti sei fidato. Cretino. Locco. Fissa.
E mentre vai via ti dici che è meglio così, non ascolterai più quelle sirene. Forse. Vediamo. Mica che uno decide per sempre. Ecco che ne passa una.
Popipopipopi….

Il Piccione multitasking



C’è una specie che è molto dannosa per il mondo intero. Vaga per le città e crede di avere importanza, camminando con fare impettito. Una specie che in molti esemplari, crede di poter volare sopra gli altri sentendosi superiore e perfino di cagargli in testa. Anche ai suoi simili, senza scrupoli. Convinta di essere al centro del mondo, quando poi non meriterebbe a volte nemmeno la periferia, almeno per certi esemplari della specie.

Hanno le facce spesso grigie. Gli occhi piccoli, indecifrabili. Un attimo prima si avvicinano interessati per il loro tornaconto, fosse anche una briciola di attenzione che devono sottrarti, un attimo dopo, ottenuto quello che vogliono, scappano via goffamente e mormorando. Credono di essere fini corteggiatori, tubano romanticamente appena adocchiano un esemplare femminile, ma se si rendono conto di un corteggiamento vano, provano la stessa tattica da un’altra parte.

Per nulla rispettosi troppo spesso delle bellezze artistiche e paesaggistiche, fosse per loro e per il loro tornaconto, tutto sarebbe ricoperto di merda. Mentre loro, tutti contenti, camminerebbero a petto in fuori, ciondolando.

Come dite? Si capisce anche dalla foto che sto parlando dei piccioni? No, vi sbagliate. Stavo parlando di noi esseri umani, di quegli esemplari che si comportano così, convinti di essere anche belli da vedere e interessanti da frequentare.
Voi direte, che c’entra la foto dei piccioni? C’entra.
Già perchè sembra che da recenti studi, a degli stimoli di compiere più cose contemporaneamente, rispetto all’uomo, il piccione sia più rapido. Non fa in tempo a finire una cosa, che subito ne inizia un’altra, molto più velocemente dell’uomo.

Sicuramente, rispetto a certi esemplari umani che incontriamo, al lavoro e nella vita, meglio sarebbe relazionarsi con un piccione. Molto più simpatico, meno invasivo, presuntuoso e vanitoso. E veramente multitasking. Parola ormai abusata per dire che non sappiamo fare una beata mazza, ma facciamo finta di saper fare tante cose, spesso solo per farci un curriculum così.

I feriti






I feriti non hanno memoria, non si ricordano di preciso quando si sono feriti.
Fosse per loro sarebbero feriti da sempre.
In famiglia sono il soprammobile sbagliato, quello che non ci voleva che te lo regalassero e che sta sempre nel mezzo. Se però un ospite nota il soprammobile, tutti ne decantano le lodi.
Se i feriti non fossero stati amati, sarebbe stato meglio. Saprebbero esattamente dove si trova il non amore. Invece no, sono stati nutriti con un amore tossico e leggermente velenoso. Una forma inconsapevole di assuefazione ad un allucinogeno che gli fa dire che amare è questo, altrimenti non si spiegherebbe.
Nascono con le mani sporche, con un errore in canna, i feriti. Quando si avvicinano a qualcuno sono goffi, procurano danni. E hanno tempo durante la notte.
No dormono pensando a come farsi amare meglio, come farsi dire che hanno fatto bene.
Crescono storti, perchè non sanno da quale parte tira il vento che li tiene su come si deve.
Col tempo imparano a fare a meno di tutti. E se una mano si tende, loro odiano la mano tesa. La odiano perchè non riconoscono aiuto. E anche perchè è arrivata tardi, quando ci si è abituati a non avere aiuto.
Sono istrici, chiuse a riccio.
A volte sono sensibili. Ma non fa bene. Perchè è come la carne sanguinante messa in acqua di mare. Fa un male cane. Un male istrice.
A volte provano a passeggiare spensierati e far finta che la ferita non ci sia. Allora iniziano a parlare in prima persona. La parola “IO”, diventa il loro autoerotismo. I feriti lo fanno. E fanno. Oppure mandano segnali. Amami, prenditi cura di me, io non merito questo. Credono di meritare, o di meritare troppo.
Non ascoltano, sono là, a guardarvi, ma sono altrove e quando tornano il discorso è già finito. Ma loro lo vestivano con la loro ferita e se non coincideva non era un discorso interessante.
Reagiscono male, malissimo se qualcuno scopre il punto esatto della ferita. A quel punto pretendono, esigono giustizia, urlano. E poi si ritirano, feriti. Oppure avevano fatto il callo, allora massaggiano la ferita e dicono “eccone un altro che mi ha provato a far male”.  
Non lasciano mai andare. Mai.
Poi però possono perdere la memoria, scombinare gli archivi, trovare la boccetta di veleno che gli hanno somministrato, scoprire la malattia, trovare la cura. Vanno avanti, ma non saranno mai ripuliti davvero. Qualcosa a volte li riporta indietro. Come proprietari di vecchi ombrelli dimenticati al bar. Potevano lasciarli là, ma li rivogliono. Ci ricascano. A volte invece gli ombrelli rimangono al bar e loro sono a guardare un tramono, un mare in tempesta. Un vento che schiaffeggia la faccia e fa meno male di altri schiaffi.
E si perdona prima di perdonare, il ferito.
E comincia a credere di guarire, il ferito.
E a volte, guarisce davvero.

Il sorpasso




Fine della vacanza, tempo di rodimenti da ritorno dalle ferie. I buontemponi che postavano foto incantevoli scrivendo “eh che brutta vita”, tornano a fare la vita di prima, perchè non è che avessero svoltato, ma semplicemente avevano 10 giorni di ferie e a turno come i criceti, si scende e si sale sulla ruota. Tutti. Ma quello che più si nota è che le autostrade sono invase da masse di ritorno a casa. Macchine piene di capofamiglia che per qualche ora conteranno qualcosa perchè portano la famiglia a casa. Si spera compreso il cane. La faccia è quella di chi è al volante e controlla tutti. Onnipotente come quando si riesce a stappare la bottiglia di salsa alla moglie, o le si aggiusta la presa del forno. “Se non ci fossi io…”. Poi magari la moglie nella vita di tutti i giorni è abile al volante che Vettel è una suora. Ma l’autostrada è loro, tutta. E tutti pronti a prodursi in quella gara a chi ce l’ha più grosso che ha una parola sola. Sorpasso. In questi giorni si notano vari tipi di sorpasso, qui provo ad elencarne alcuni.

Sorpasso precoce - l’autore lo fa con tutto il desiderio e la brama di rimanere a lungo nella corsia di sorpasso, una volta dentro però, viene travolto dalla velocità altrui e deve ritirarsi non avendo resistenza. Poi si giustifica dicendo “non capisco, è la prima volta che mi succede…”.

Sorpasso Interruptus - tra i metodi di sorpasso più sconsigliati, si fa entra ed esci dalla corsia senza costrutto e poi si ritorna in corsia di marcia quando potrebbe essere troppo tardi, perchè piena e gravida di macchine.

Sorpasso Tantrico - detto anche di Sting. C’è chi sostiene di averlo fatto e di essere poi rimasto nella corsia di sorpasso per sette ore filate, ma sa tanto di monchiata e non ci crede nessuno, tanto che si è costretti a ritrattare, proprio come Sting sul sesso.

Sorpasso rusticano - comincia con una lampeggiata alla macchina davanti, che però non vuole saperne di spostarsi, quando lo fa, ingaggia con chi lo ha sorpassato una gara a chi si supera di più, fatta di sguardi torvi e maledizioni. Di solito si conclude con un arrivo all’autogrill dove i due sorpassanti nomineranno i baristi come padrini e si sfideranno a colpi di panino Apollo sullo spiazzo antistante la scritta gigante, tra ali di folla urlante.

Sorpasso scanner - Chi sorpassa non si accontenta di aver fatto retrocedere il rivale, ma vuole guardarlo, capire come è fatto, intuire i suoi sentimenti da finestrino a finestrino.

Sorpasso Berlino 2006 - Quello fatto dal furbo di turno che con tre corsie ingorgate, si fionda in quella di emergenza. Guadagnando metri. Ma ogni tanto il dio del Telepass interviene e castiga. Dopo qualche chilometro il coglionauta viene fermato dalla stradale, che gli fa una multa larga quanto un tappeto persiano e del valore dello stesso, come cucito da Serse in persona. Viene chiamato così, perchè il resto degli automobilisti che passano ad incedere lumachesco davanti alla scena del multone srotolato, scendono dalle macchine e tra perfetti sconosciuti si abbracciano, come alla finale della coppa del mondo al rigore di Gorsso.

Sorpasso Cristoforo Colombo - detto anche del navigatore rincitrullito. Mentre vi trovate in tratti di autostrada recenti, il vostro navigatore non li riconosce e li scambia per strade urbane, urlando repentino “tra due millimetri gira subito a destra!!”, se si è e lobotomizzati si finisce pure per obbedirgli, ritrovandoci dentro al cantiere di Sasso Marconi non si sa come, tra le urla di automobilisti ed operai che chissà perchè provano ad indovinare il mestiere di madri e le doti morali dei padri.

Sorpasso capitalista - facile, quello fatto dal macchinone ai danni della povera utilitaria poi seminata. La lotta di classe in autostrada.

Sorpasso proletario - facile, quello fatto dall’utilitaria quando al macchinone si fonde il motore e ripara in corsia di emergenza, la lotta di classe in autostrada 2, la vendetta.

Sorpasso Moby Dick - come il mitico capitano Achab che d’improvviso vede la balena bianca, così scorgiamo all’ultimo momento l’autogrill dove fermarsi assolutamente per pressione vescicale di tutta la famiglia ormai oltre la guardia, o lo svincolo che assolutamente dovevamo prendere. Segue manovra in diagonale, azzardata, con un pizzico di marcia indietro e arpioni di ancoraggio al cartello di uscita, bilanciamenti da un lato dell’intera figliolanza per spingere la macchina nella direzione giusta e infine, bestemmie da vecchi lupi di mare di chi ci stava dietro in corsia, molto colorite nevvero.

Sorpasso alla cieca - bagagliaio pieno fino all’inverosimile, zainetti seven e Winny The Pooh schiacciati sul vetro, visuale azzerata dietro, si attua uno studio delle correnti e si mette in funzione il senso di ragno per captare il minimo rumore diverso, poi si affronta il sorpasso e il rumore diverso arriva, col suono di “che cazzo fai?” Urlato da dietro e le mani tese a simulare corna di cervo che esce di foresta, come diceva Boskov.

Sorpasso inutile - Nessuno davanti al sorpassante, nella corsia di mezzo, potrebbe procedere tranquillo, velocità media, ma no, deve andare in terza corsia, perchè non si dica che non sfidi la sorte. Infatti la sfida, a colpi di chitemmuort, esclamati da chi va più veloce.

Sorpasso tra gentiluomini (gentlemen’s sorpass). Leggenda narra che esista, una macchina mette la freccia, va nella corsia apposita, la macchina davanti è più lenta, il guidatore di quest’ultima se ne avvede, alza la mano in segno di scuse e mette la freccia per rientrare, il sorpassante guarda e dona un sorriso, restituito dal sorpassato. Dicono esista. Ma nessuno lo vede fare dai tempi delle 126 Camelot.

In ogni caso, scherzi a parte, pensiamo che guidare è più importante che stappare un barattolo di salsa, abbiamo spesso in macchina un carico importante che in breve riassume la nostra vita, le persone che amiamo. Buon rientro. a tutti i sorpassanti.

Come Titino




  • Papà, hai mai avuto dubbi?
  • Faccio prima a dirti quando non ne ho avuti.
  • E cosa fai quando hai un dubbio?
  • Una volta ragionavo, rimuginavo, cercavo la soluzione migliore.
  • E la trovavi?
  • No, anzi, forse peggioravo le cose, specie se dovevo decidere se fidarmi o meno di qualcuno.
  • E perchè?
  • Perchè davo retta al ragionamento, mi dicevo che ero io a convincermi di cose sbagliate e che dovevo dare fiducia.
  • E invece?
  • E invece facevo meglio a dare retta al primo istinto, a costo di sembrare pure indelicato. Facevo peggio per non ferire. O per non volere ammettere di non essere per nulla simpatico e gradito.
  • Eh, proprio quello, non si può piacere a tutti.
  • sarebbe sbagliato, non capiremmo mai chi ci va a genio e chi no, anche chi non ci trova graditi ci aiuta, sappiamo i nostri difetti, o sappiamo che certe persone non ci amano per qualcosa che di noi non cambieremmo mai.
  • Io non voglio cambiare per gli altri.
  • Non farlo, fallo per rispetto, per chi lo merita, ma non è cambiare, è più un pezzo di legno che pian piano si modifica se lo bagni, resta sempre legno, ma si arricchisce, ha qualcosa di diverso.
  • Papà ma adesso che fai quando hai un dubbio? Mica ho capito.
  • Vediamo, ti racconto una scena. C’è un film dal titolo lunghissimo, riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteropsamente scomparso in Africa?
  • Che titolo assurdo!
  • Sì, ma un film bellissimo. Ecco, in questo film Nino Manfredi lascia tutto e scompare in Africa, il cognato, Alberto Sordi, decide di andarlo a cercare e fa una avventura meravigliosa e pericolosa per trovarlo.
  • E lo trova?
  • Lo trova, ma nel frattempo è cambiato lui, prima credeva che gli piacessero le persone con cui divideva la sua vita, poi si è accorto che perdevano tempo, che erano noiose e facevano solo cose stupide e che non erano paragonabili a quello che aveva passato.
  • Era cambiato come il legno.
  • Esatto. Quando trova l’amico però ancora non lo sa, poi ad un certo punto tutti e due vanno via da un villaggio dove l’amico faceva lo stregone ed era adorato e amato dalla tribù, salgono su un battello e vanno verso la civiltà. Solo che la tribù se ne accorge e i selvaggi vanno verso la spiaggia ad intonare un coro: “II-UE-AA!!”, dicono. Una cosa incomprensibile. Ma l’amico nel film si chiama Titino, e gli sembra che i selvaggi gli dicano “Titì nun ce lassà!”. Titino sembra per un attimo essere convinto di tornare a casa, tra la gente civile.
  • E invece?
  • E invece gli vengono in mente le serate noiose con chi spegneva la sua vita, si tuffa e torna da loro. Il cognato lo richiama, ma niente e nella scena prima della fine, si sta quasi per tuffare anche lui, e allora il suo assistente gli chiede: “Dottore ma che fa, si butta?”. E lui risponde “e che faccio ragioniere? Non lo so che faccio”. E rimane sospeso.
  • Papà?
  • Dimmi.
  • Anche io voglio diventare come Titino.
  • Allora ti faccio sentire una musica bellissima, piaceva a tuo nonno, mio papà. Ogni volta che deciderai qualcosa, sarà a farti da colonna sonora.
  • Ma tu che avresti fatto?
  • Avrei fatto come Titino. Come vuoi fare tu. 

Una massa di licaoni



Stando ad alcuni studi, esistono delle specie animali che danno ordini starnutendo. Tra queste spiccano i licaoni. Sono dei canidi famosi perché fanno una dieta molto carnivora.

I capi dei Licaoni manifestano il comando che il branco vada a caccia proprio tramite una serie di starnuti intensi. Il che deve far sperare che non capiti mai che il capo sia veramente raffreddato. Se no comincerebbe a dare ordini a cazzo di cane. E stavolta non solo metaforicamente.

Questo porta me ad elaborare un pensiero. Credo di avere capito da dove derivi il termine tanto usato sui social di “influencer”, che sarebbero coloro i quali influenzano le scelte di molti follower con le loro opinioni. Abbiamo preso comportamenti da licaoni. A parte già il termine influencer riporta agli starnuti quasi per associazione, ma poi in effetti basta uno starnuto di questi capi social, che il resto del branco (in termine biologico eh, senza offesa), si muova e intervenga.

Insomma siamo una massa di licaoni. E nessuna Tachipirina ci salverà. Ah, questo comportamento ce l'hanno anche i gorilla. In canide carnivoro e il nostro parente più prossimo. Non so se ci siamo evoluti. Buono starnuto influencer a tutti.

SUCAPRUNO




A turno siamo tutti automobilisti con la sindrome denominata scientificamente “Sono Uno Con Automobile Per Raggiungere Un Nuovo Obiettivo”. In acronimo SUCAPRUNO.
La sindrome del SUCAPRUNO colpisce in maniera trasversale ogni automobilista, dal Suvvia ( proprietario di SUV per la via) al WWF (proprietario di Panda e in quanto tale in via di estinzione). Consiste in una improvvisa mutazione di atteggiamenti. Si adotta un piglio con mascelle dure e gonfie come uno scoiattolo abboffato di noci. Espressione incazzata, signor Carunchio con la Melato per intenderci. E un fumetto leggibile fin dalla fine della strada che ci orbita sulla testa: “ma cosa cazzo ne sapete voi di tutto quello che ho da fare io”. Da quel momento diventiamo Hamilton costretto a rallentare dalla Safety Car.

Facciamo ruggire il mezzo odorando il culo ad ogni macchina che osi frapporsi tra noi e la meta agognata. Non si salva nessuno, nemmeno la cognata della meta suddetta. Urliamo epiteti ipotizzando parentele fino alla settima generazione, ovviamente al confronto a Sodoma e Gomorra giocavano a biliardino e a nomi cose e città, rispetto a quello che diciamo dei congiunti del guidatore che ci ostacola.

Il tutto perché questa sindrome ci fa apparire le nostre incombenze come fondamentali rispetto agli accadimenti dell’orbe intero. E sembra che dobbiamo salvare il mondo, spedire un rene in Lapponia per una operazione urgente, sostituire Razzi nel ruolo di paciere tra Trump e il bimbo permaloso occhiamandorla che gioca con le bombe. La faccia è quella di Chuck Norris a cui hanno appena pisciato sul copertone del fuoristrada.

La sindrome del SUCAPRUNO, crea una alea di onnipotenza che fa apparire ostacoli irrilevanti i semafori, stop, strisce pedonali. E chiunque orbiti intorno ad essi. Ci sentiamo sovrani del mondo.

Il problema è che più che un portamento regale, sembriamo come l'imperatore della novella di Andersen, che credeva di essere bello nella sua veste ed era semplicemente ridicolo, perché nella sua illusione non si era accorto di essere nudo.

E quando ci comportiamo così, diventiamo esattamente ciò che la sindrome suggerisce, dei SUCAPRUNO. Ma stavolta senza acronimi scientifici.

Fotografie dialettali






Racconto pubblicato su Repubblica Palermo il 12 settembre 2017

Dedicato alla mia compagna che ha diviso e capito la mia città con me e la mia nostalgia di lei.


Essere di ritorno, ricondurre la propria esistenza alle sue radici. La scalata di un albero al contrario. Nessuna nuova esperienza, nessun posto da scoprire, ma luoghi da spolverare, magari constatando che il tempo ha depennato la magia che ti sembrava avesse da piccolo. È che forse ti hanno spiegato il trucco.

E non dovevano, ma ti rovinano sempre tutto da quando ti hanno detto che Babbo Natale non esiste. Il ritorno ai luoghi dove sei nato è così, spesso il pretesto è la vacanza d’estate. Ferie che diventano parentesi quadre nel tondo circolare e ciclico di una vita che spesso volevi diversa. Calci ad un pallone con regole inventate, convivenze tranciate o risolte, continuate o dissolte. Gruppi che sembravano inscindibili, amicizie che sembravano imprendibili. Eri tutto nei luoghi in cui non hai più niente. Casa da un’altra parte, lavoro che fa giochi di prestigio e a volte sparisce e scappa, più velocemente del tuo amico. Quello forte che vi faceva vincere i tornei di quartiere, il fantasista che sembrava Maradona circoscritto da grate e spiazzi di mamme urlanti. Che da lì non ha avuto il coraggio di scappare e di fare davvero il calciatore.

Lì fuori il mondo fa paura, e se non ti ci lasciano a forza dietro la porta di casa, non te ne vai. Perché le radici natie sono robuste, perché a guardarle bene sono vive, pompano sangue, non sono radici, sono vene, sono vita. Quel posto del quartiere dove hai dato il primo bacio, fingendo di essere navigato nel mondo della vita, non eri nemmeno un marinaio che sapeva spiegare le vele, figuriamoci comprendere il mondo. Non sapevi di vivere in una città che riempiva i suoi contenuti di storia. una materia che a scuola amavi senza sospettare che quei vicoli, quei posti, alcune vie, ne avrebbero fatto parte e tu con loro, nella tua memoria visiva. Chi ti avrebbe mai detto che Capaci, dove andavi con la tua fidanzatina poi avrebbe avuto una data di scadenza.

Da consumarsi entro il 23 maggio? Chi ti avrebbe mai detto che quel sole nero del 19 luglio lo avresti visto affacciato ad una finestra proprio in quel momento. Che la diga con cui avresti guardato la tua città, prima e dopo, aveva una scritta prima incomprensibile come un codice riservato agli affiliati. 1992. Te ne sei andato che pensavi non ti sarebbe mancato nulla. Convinto che una casa si può costruire e una famiglia rifare. Che la tua parte di figlio di una città bellissima, buttana, fallace e mortale era finita e cominciava quella di padre. Convinto eri. Beato te. Ma la casa senza fondamenta dove la vuoi fare reggere? E le vere fondamenta a radici assomigliano.

Ti piaccia o no. E le radici per vivere hanno bisogno di essere vive e nessuno vive senza perdono. Lo sai, il rancore ammazza e non seppellisce, rovina dentro e fa fuori. E invece adesso giri una città che era tua, ne guardi strade che rileggi come un libro che avevi preso in epoca sbagliata, non ne capivi il senso, perché alcuni romanzi sono carichi di vita e si leggono carichi di anni. Tu che ne sapevi quanto preziosa fosse quella arte che lei, città bella pure zozza, ti porgeva sensuale quasi sbattendotela in faccia come una popolana volgare e bella, anzi biedda? Che ne sapevi che quello che respiravi era effluvio e malo odore che ti sarebbero mancati come ossigeno a chi sta sott’acqua e sarebbe tempo di risalire? Chi te lo diceva che la testa dentro quel mare la terresti fino a farti scoppiare i polmoni e fare indigestione di sale, che quel mare magari è uguale, ma come lo spieghi che non è così? Come fai a raccontare una vita che non hai fotografato se non dentro la tua mente? E che hai tenuto nella camera oscure delle cose che non vuoi confessare.

Perché fa male dire che sei tornato da turista nella città che diceva di averti dato la vita. Perché Palermo, in cui sei nato, ti ha concesso la libertà di accettare le sue radici così come sono, combatterle per quello che stringono fino a far male, andartene sconfitto che non è cambiato niente, o forse sì, o forse ci siamo sbagliati, ancora no. Bellezza ondivaga che richiama, che spolvera foto narrative e mnemoniche. Questo ti avrei voluto dire della mia città, Palermo, quando ti ho portata per la prima volta, quando te l’ho fatta guardare con i miei occhi e parlata con il mio dialetto.

Questo volevo dirti. Ma poi ti ho vista incantata, accanto a me che osservavi la sua bellezza, quella del mostrato e non detto. E ti ho lasciata fare, guardando incantato il tuo sguardo intenso su di lei. La più bella fotografia.

Powered by Blogger.