Il risolutore




Anche stavolta un lavoro pulito. Non ho lasciato tracce. A volte non c’è nemmeno bisogno di ripulire tanto. Il lavoro più grosso l’ha fatto il padrone di casa. Pensano di non aver lasciato più nulla. Poi trovano piccoli frammenti, insignificanti testimonianze e crollano. Allora mi chiamano per il colpo di grazia. Di solito quando arrivo stanno fuori dalla porta. Mentre sentono i rumori all’interno, il tramestio frenetico, sono a mordersi le nocche delle dita soffocando le lacrime. Preferiscono il dolore più immediato e sordo a quello diluito e continuo. A volte quando a qualcuno suggeriscono il mio nome, scoppia in una fragorosa risata. Non pensano che si possa arrivare a tanto. Non pensano che si possa eliminare definitivamente. 

Fa orrore una cosa del genere. Perché spesso fa più comodo un dolore conosciuto. Se c’è qualcosa che ci ferisce e ci avvelena con lentezza ci abituiamo e non sappiamo rinunciare. Dicono che le dipendenze più pericolose siano la droga o l’alcol. Anche una ferita tenuta sempre viva, bruciata ogni giorno con gocce di ricordo, tenuta viva come un fuoco soffiandoci sopra, anche quella, beh mi creda, è una dipendenza mica da ridere. Quando mi chiamano poi hanno forti sensi di colpa. Vorrebbero tirarsi indietro. Cominciano con le domande mentre io monto l’attrezzatura. Guardano i pezzi, li scrutano. “Non gli faccia troppo male per favore, quanto ci vorrà?”, mi hanno chiesto una volta. 

No, non gli faccio male. Ma per un attimo quando lo scovo, si chiede come ci sia riuscito. Pensava di essersi occultato bene, pensava che piano piano, si sarebbe nutrito ancora delle emozioni e dei ricordi. No, non gli faccio male, non subito. Poi emette urla belluine che nessuno può sentire quando capisce che il suo tempo è finito. Ma purtroppo, io lo so che è una battaglia eterna la nostra. Mi piace raccontare quando vinco, ma sono più le volte che trionfa lui. Perché la gente crede alla sua esistenza e non crede a me che posso terminarlo. 
Lo so, non mi crede nemmeno lei. La sua perplessità si legge nelle rughe arcuate della sua bocca. Però ha creduto alle sue parole quando le ha pronunciate. Era tutta contenta di fronte alle sue dichiarazioni di eternità, di tempo passato insieme senza scemare mai la passione. E in quest’epoca di chat le parole sono facili, promettere è come respirare. Cosa importa se poi qualcuno ci crede? Cosa importa se lei pensava che sarebbe stata la storia della sua vita e per lui era una scopata di una sera? 

No, mi creda, non mi chiamate solo voi donne. Anche gli uomini, quelli che sui social sembrano sempre felici nel trionfo di bicipiti, viaggi, libri che hanno scritto e che ostentano con il loro girarsi intorno urticante. Anche loro piangono e mi chiamano, perché a quel punto mi credono. Un killer? Se le fa piacere mi può chiamare così. Sono un killer. Ma preferisco definirmi un inventore. Io ho inventato il modo di trovare le tracce di un amore passato dentro una casa. Le faccio uscire dagli spazzolini lasciati distrattamente, dalla tazza di caffè preferita, dal lato dell’armadio dove c’era il suo spazio, dal cassetto che non si è più aperto. Io lo trovo nelle foto del cellulare che non si riesce a cancellare, anche quelle che sembrano non dire nulla e vengono lasciate, poi spuntano a tradimento. 

Vuole sapere che aspetto ha? Cambia, mi creda. Prima è gradevole e seducente, profuma di essenze e odora di cucinato a cui ci si è fatta l’abitudine. Sa di piccoli rimproveri quotidiani, di liti mattutine sapendo che di sera si chiarirà e magari si farà l’amore. Questo prima. Dopo è un parassita succhiasangue che si occulta negli oggetti che non si sono buttati in tempo, negli spazi che prima davano conforto e adesso sanno di spine e rovi conficcati su un fianco. Sì, sono un killer. Uccido l’amore che non vuole saperne di andarsene. Ora mi scusi, devo lavorare, se vuole può attendere fuori.   


Tutta in un ponte la mia gatta


L’ho vista solo di sfuggita. Ci sono passato per caso. Queste frasi dopo quel crollo, sono state la mia calamita per occhi e orecchie. Parlavano di Genova. E parlavano di sfuggire e di coincidenza nel passarci. Ma come si fa a sfuggire e passare per caso da Genova? Questa città non la sfuggi. Non ci passi tanto per. Genova ti abbraccia e ti comprime. Quelle strette spaccaossa ma di affetto. Perchè se lei si fida di te, se i genovesi si fidano di te, per te è finita. Sei uno di loro. L’abbraccio è simile al dna della città. Stretto come tra mare e montagna. Che non fai a tempo a girarti con il sale che ti solletica il naso e ti trovi le pareti rocciose. 
Non ci passi di sfuggita. Io l’ho amata e lei si è insinuata dentro il mio cuore come una gatta sapiente ed esperta che ti si insinua tra le gambe. Cacciata, ripudiata tante volte che cerca un nuovo padrone e sa come farsi voler bene pur graffiando. 
Genova è “ma come fai ad orientarti qui che io mi perdo ancora?”, detto da mio padre. 
La città che ho dovuto conoscere perchè mia mamma ci è venuta a vivere. E quando ti presentano un nuovo membro della famiglia all’inizio ci si guarda in cagnesco entrambi. 
Sono le strade che se sbagli ti ritrovi a dover fare il giro.
Genova è “Ulisse e la balena bianca” recitato da Vittorio Gassman al porto antico. Che poi mio padre lo rivide a Palermo e disse “no, manca la magia di Genova, non è la stessa cosa in teatro”. 
Le scalinate dei vicoli, è Castelletto, dove posteggi la macchina perchè giù non c’è speranza. 
Dove vive chi ti ha salvato la vita, aiutandoti davvero, per una atavica amicizia. 
Il G8 con le telefonate apprensive e i “mamma non uscire che gli scontri sono proprio da quelle parti”. 
E “quelle parti” erano proprio dietro via del Campo. Tanto cara a De Andrè. 
Lo stupirsi che il mare e la montagna siano praticamente attaccati, il rimanere a bocca aperta dopo i tornanti perchè ti si annuncia il mare. Sono le case piccole dove ha sempre scelto di vivere mamma, ma che sanno ancora di famiglia guadagnata, che ce l’hai sparsa lungo tutta l’Italia. Quello che ne resta. Sono gli amici. E via Fereggiano, che quel giorno della piena due minuti prima mamma passava ed è fuggita per le scale e il fiume sotto. Quella pietra appena accanto all’edicola, davanti alla strada che arriva a Marassi, che fa la differenza, tra chi dal torrente in piena è stato ucciso e chi no. La lapide con i nomi. E quel giorno che chiamavi, perchè sapevi che in quella zona doveva esserci lei. E non rispondeva. 

Marassi, carcere, ma anche stadio. Stadio che sembra condominio, tra i palazzi. Che ci entri e ti vengono i brividi perchè sembra di essere in Inghilterra. E poi a Genova si sceglie. Doria o Genoa. E allora se hai scelto Doria, alla fine delle partite, si canta “il cielo è sempre più blu, cerchiato di blu”. E a te viene da piangere a pensarci. 
Sono gli amici genoani che “ti ho preso il biglietto per la Samp, però non dirlo che ci rimetto la dignità”. 
La cartolaia che ti dice “abbia pazienza, non so fare lo scontrino con questo nuovo registratore di cassa, ma le alluvioni ci hanno devastato il negozio due volte e abbiamo dovuto ricomprare tutto. E ancora aspettiamo i soldi delle amministrazioni ma dobbiamo andare avanti”.
Passai da quel ponte per i miei ponti d’amore. Da quel ponte passai per portare una bellissima ragazza a conoscere le parti di mare fuori Genova. Mentre facevo l’esperto di strade e nel frattempo pregavo di azzeccare l’uscita giusta di quei gangli intestinali che sono le strade. Da quel ponte ripassai con uno dei miei migliori amici, su quel ponte rimasero i segreti che cementarono un patto di sangue. Se hai bisogno io vengo. Senza cazzi. E vediamoci più spesso, attraversiamo ancora un ponte infame di vita che ci allontana invece di avvicinarci. Da quel ponte passai per andare a fare le vacanze di natale vicino Aqui. Le prime con mio figlio da padre separato. Le prime con tutti i miei amori, amici, compagna e lui. Lui che guardava smarrito e meravigliato, che disse senza saperlo “sembra il ponte di Brooklyn”. Ci passai con mia mamma. Con la sua frase che sembrava tanto per dire, quella delle apprensioni. “Accelera, qui sopra non sono tranquilla”. E adesso a vederla così ferita, la città che amo mi dà così tanto l’impressione di una gatta come quando la conobbi e si strusciava, come nella canzone di Paoli, lasciva, come in “A dumenega” di De Andrè. Ma stavolta la mia gatta è tanto fragile e zoppa.

Ma non debole. Debole mai. Perchè al contrario di tanti altri, Genova quando occorre si ama d’amore. Amore vero. Un amore che può insegnare, basta riprendere la dignità e lucidarsi il pelo. E nessuno la lascia sola. Nessuno si sente assolto di chi la vive. Perchè se la si conosce si è per sempre coinvolti. Siamo lo stesso coinvolti. 

Le vittime del crollo del ponte Morandi sono state 43, da oggi, per sempre questi i loro nomi. 

Cristian Cecala, la moglie Dawna e la figlia Kristal, di 9 anni, di Oleggio (Novara)
Mirko Vicini, 30 anni, di Genova, operaio Amiu.
Marian Rosca, camionista romeno di 36 anni
Anatoli Malai, di 44 anni.
Andrea Vittone, 50 anni, la moglie Claudia Possetti, 48 anni, i figli della donna Manuele e Camilla di 16 e 12 anni.
Roberto Robbiano, 44 anni, di Campomorone, la moglie Ersilia Piccinino, 41 anni, il figlio Samuele, 8 anni.
Andrea Cerulli, 48 anni, di Genova
Elisa Bozzo, 34 anni, nata a Genova e residente a Busalla (Genova)
Francesco Bello, 42 anni, di Serrà Riccò (Genova)
Alberto Fanfani, 32 anni, nato a Firenze, fidanzato con Marta Danisi, 29 anni, nata a Sant’Agata di Militello (Messina)
Stella Boccia, 24 anni, nata a Napoli e residente a Civitella Val di Chiana e il fidanzato Carlos Jesus Erazo Truji, 27 anni peruviano
Giovanni Battiloro 29 anni, Antonio Stanzione, 29 anni, Gerardo Esposito, 27 anni, Matteo Bertonati, 27 anni di Torre del Greco
Giorgio Donaggio, 57 anni, nato a Genova e residente a Toirano (Savona)
Alessandro Campora, 55 anni, nato a Genova, Giovanna Bottaro, 43 anni, di Novi Ligure (Alessandria)
Vincenzo Licata, 58 anni, nato a Grotte (Agrigento)
Luigi Matti Altadonna, 35 anni, nato a Genova
Angela Zerilli, 58 anni, nata a Corsico (Milano)
Gennaro Sarnataro, 43 anni, nato a Volla (Napoli)
Alessandro Robotti, 50 anni, nato a Alessandria
Bruno Casagrande, 57 anni, nato a Antonimina (Reggio Calabria) residente a Genova
Axelle Place 20 anni, Nathan Gusman 20 anni, Melissa Artus 22 anni, William Pouza 22 anni, cittadini francesi
Juan Ruben Figueroa Carrasco 59 anni residente a Genova, Leyla Nora Rivera Castillo 48 anni, Juan Carlos Pastenes 64 anni, tutti cileni. Admir Bokrina 32 anni, Marius Djerri 22 anni, cittadini albanesi
Henry Diaz Henao, 38 anni, cittadino colombiano





Sai che è morta la Ilde?



Allora, hai notizie?
Credo non ci sia nulla da fare. Ormai.
Ma così, di colpo? Fino a ieri sembrava stesse bene.
Eh, lo sai come sono queste cose. Un giorno sei qui, il giorno dopo magari non ci sei.
Eh, no se io non ci sono è perché ho altro da fare. Però non disattivo mica così il mio account, dai è stata una cafonata.
Lo so, sembrava una brava persona, la mattina salutava tutti, anche in chat. Il suo “buongiornissimo” rompeva i coglioni già dalle sette. Però poteva avvertire, andarsene così, senza un annuncio, un “pulizia kontatti”, niente. E poi non aveva nemmeno un erede dell'account. Tutti i suoi like passano di diritto a Zuckerberg.
Spero stia bene e che insegni agli angeli come disattivare gli account. A proposito, ma Lisa ed Enrico?
Eh, credo si stiano lasciando, di sicuro sono in crisi.
Ma perché li hai sentiti, ci hai parlato?
Io? Ma figurati, so che stanno insieme perché li vedo sui social. Però lui da qualche mese non mette più i like a lei e lei non va a commentare da lui. Dai, mica vorrai farmi credere che è normale per una coppia.
Dovremmo fare qualcosa per capire.
Beh io ogni tanto, le varie volte che interagiscono gli scrivo sotto “bentornati, ci siete mancati, ma sai, sono sempre cose in cui devi un po’ essere discreto.
Poi lui non è che sia tanto simpatico.
Assolutamente, io non lo sopporto.
Ma come? Però quando commenti da lui lo chiami “fratello” e sei entusiasta di quello che dice.
Ma così faccio bella figura con i suoi contatti. Figurati. Se viene qui da noi spero non si faccia vedere nemmeno per un caffè.
Ascolta, invece perché non ti ho visto commentare l'ultima cosa sui migranti?
Ero in vacanza con la famiglia, non mi andava di combattere anche con questa cosa.
Sì vabbè, però potevi mettere il tuo post, esprimere la tua indignazione e poi tornare a fare le tue cose, tanto mica scatenavi la rivoluzione.
Eh, ma guarda che io nel mio piccolo sono un influencer, non vedi quanti like quando metto le mie foto o le mie riflessioni?
Eh sì, dovresti scrivere un libro.
Ah, ma sai che è morta Ilde?
Morta? In che senso? Ha cancellato l'account?
No, morta, morta, ieri notte.
Ah, ma scusa chi è Ilde?
Come chi è, la nostra vicina di casa, non ti ricordi che quando eravamo piccoli ci ha fatto pure da tata?
Ah, la signora Ilde. Sì ogni tanto mi fermava per parlare, ma io avevo da fare, mi aveva bussato anche l'altro ieri.
E tu?
Non ho risposto, dopo una giornata di lavoro ero su Dazn per la partita.
Però io ti ho visto perennemente su Facebook.
E perché tu quando lavori dove sei?
Vai ai funerali di Ilde?
Quando?
Domani.
C'è Parma - Inter, dopo tutte le cose brutte che leggo sui social un po’ di riposo ci vuole.
Hai ragione, mi sa che non vado nemmeno io. Stammi bene. Ci tagghiamo stasera.


Stiamo arrivando




Tu dormi, l’innocenza del mondo credo si sia trovata a sorprendersi nei tuoi occhi chiusi. E io posso solo abbracciarti. L’unica forma di protezione che ho. Vorrei bastasse. Che fosse il malaugurio, il demone che tenga lontano chiunque vorrà avvicinarsi a te.
Mentre riempivamo le sacche in fretta e furia, tua mamma ti sorrideva, tuo fratello dormiva ignaro sulla sua schiena. Tua mamma. La donna più bella del villaggio. Se l’amore ha occhi e un colore, quello sguardo ha l’ebano della tua mamma. Che prendeva le sue povere cose per scappare. A tuo fratello abbiamo potuto opporre un silenzio di smorfie e sorrisi. Per lui casa è dove lo portiamo. Come un senso atavico di tana. La sua vita sono i nostri odori e le nostre gambe a cui si aggrappa e si rifugia terrorizzato, se qualcuno avanza con un passo troppo deciso per le sue piccole gambe malferme.
Papà e mamma devono essere per voi sorrisi, comicità, risate. Come una danza buffa di uno stregone ebbro. Come la danza felice che feci davanti a quell’ospedale messo su per miracolo. Le organizzazioni umanitarie, si ricordano che anche noi sotto questo colore abbiamo nervi, carne, cuore. Che abbiamo figli da volere, stelle da contare, paure che nessuno ci caccia in comode case.
Quel giorno quell’ospedale di fortuna mi sembrò il posto più bello del mondo. Più bello del mondo mi sembrava.
E lo sarebbe stato per davvero il posto più bello del mondo. Savana e spine dove farvi male, dove insegnarvi a camminare a piedi nudi, maestosità di felini che sempre meno riescono a esistere. Quelli che chiamano “re della foresta”, ma dovrebbero dire “della savana”.
Se non fosse stato per il male che gli uomini chiamano Dei, religione, ideali. Tutto un pretesto.
Per non farti dormire tranquillo amore mio.
Un pretesto che entra come una lama avvelenata nel cuore degli uomini. Che nessuno stregone sa togliere. Perchè dietro tutto questo c’è un mostro verde. Il denaro. La ricchezza acceca. E fa credere di essere potenti.
Ma non si può dire che si uccide, si bombarda, si spara, per denaro. Per potere.
Allora parlano di due scatole che hanno riempito di sporcizia. Parole stuprate del loro significato.
Religione e democrazia.
Da tutti i lati. Ti fanno credere di essere buoni e ti esportano democrazia. Ti dicono di essere fratelli e ti impongono un loro dio.
Immagina, figlio mio, noi siamo in mezzo, due massi enormi che ci schiacciano, ci triturano. E noi non sappiamo dove scappare.
Dobbiamo scegliere il male minore, andare via dalla casa che abbiamo sempre avuto. Perchè rimanere significa morte sicura. E tra morte sicura e probabile, io scelgo. Anche per voi per cui mai forse avrei voluto.
Niente più fuochi propiziatori di raccolto, niente più uomini che ci aiutano a costruire pozzi, niente casa di fango e muri a secco. Fare il pane che ti piace tanto. Chissà se lo rifarò mai più.
Solo scappare. Solo arrivare ad un mare che non abbiamo mai visto e che detto tra noi, non mi interessava nemmeno di scoprire.
Affidare me a qualcuno, sperando che mi guidi bene, anche dopo che l’ho pagato, sperare che nessuno vi tocchi, perchè servono organi di bambini, perchè mia moglie è bella. Perchè non lo so, questa morsa che stringe il mio cuore, per un mondo che non sembra ospitale e sembra non ci voglia. Un leone sazio che però si diverte ancora a mangiare e far male per pigrizia. L’uomo è cattivo tanto quanto è buono. L’unico con senso vero dell’aiutare, l’unico con la voglia di uccidere solo per levarsi un capriccio.
E noi siamo qui amore mio. Mentre tu dormi e io ho i sensi moltiplicati. Una belva ferita che non ci sta a morire perchè sa che sacrifica i piccoli se solo perderà il contatto col terreno.
Non posso renderti il mondo come avrei voluto. La realtà è questa. E ogni movimento che facciamo qui dentro, aumenta di un anno la tua età, diminuisce la tua innocenza e il tuo fidarti di tutto.
Una crescita che è una esplosione di delusione e disperazione.
E io non posso farci nulla. Per dirti che non è questa gara a chi sovrasta. Che non ti guardano nemmeno in faccia. Che se domani tuo padre non riesce più a stare in vita perchè la febbre aumenta, lo butteranno a mare senza nemmeno chiederti il permesso.
Quando siamo arrivati da quegli uomini che ci avrebbero messo su questa nave scassata per attraversare il mare, ci ho provato a chiuderti gli occhi.
Perchè stava succedendo quello che succede sempre, mi hanno detto.
Quando arrivi qui ed è ora, devi imbarcarti per forza. Non puoi tornare indietro.
Non è una questione di scelta, è che non torni e basta, se ti rifiuti ti tagliano la gola e caricano a forza la tua famiglia sulla barca. Per loro è così.
Fuggi da un nemico che ti impone una legge, da uno che ti dice di essere amico e ti bombarda, arrivi da chi ti dovrebbe salvare e ti macella.
Questa è la vita che ti ho imposto. Ma non volevo. Non volevo figlio mio.
Siamo dentro questo barcone. Per salvarvi tutti non avevo potuto prendere posti sul ponte, siamo nella stiva. Tra la puzza di kerosene, la puzza umana, il dormire in piedi, il far dormire te in piedi.
Ti chiedo scusa. Ti chiedo scusa per tutto quello che non meriti e non importa che il mondo lo sta infliggendo anche a me. Perchè un padre deve proteggere il proprio figlio e io la vedo la tua delusione mentre ti sforzi di considerarmi ancora il tuo idolo.
E invece non sarà così, se sopravviveremo non mi vedrai maestoso e sorridente come al nostro villaggio, non mi vedrai scalzo e felice.
Mi vedrai umiliato, sconfitto, sempre a ringraziare. E io spero di trovare un lavoro. Qualcosa di dignitoso, che mi ripaghi da tutto questo.
Ma non adesso, non devo sognare, la benzina mi stordisce, se mi addormento ho paura di morire e ogni tanto scuoto anche te.
Devo proteggerti e io invece ti ho mentito per primo.
Per esempio non ti ho mai detto che sto mettendo la tua vita in mano alle onde e ai loro capricci. Che non lo so dove saremo domani. Che potremmo essere carne per i pesci, ossa per i fondali. Che potrebbero trovarti esanime in una spiaggia, o arrivare da solo senza di noi, persi chissà dove.
O potrei perderti io, non sapere più dove sei, ed ecco che gli incubi fanno a gara a terrorizzarmi la vista.
Vorrei che chiunque ci costringa a tutto questo, sappia poi guardarti negli occhi e spiegarti perchè lo fa, perchè io che nella mia savana sopravviverei, qui sono immondizia. Perchè non posso vivere dove vorrei e devo vivere dove nemmeno mi vogliono.
Dicono che quando arriverò, mi grideranno “tornatene al tuo paese”, non potrò nemmeno rispondere come vorrei. “Certo che ci torno, tu toglimi quella cazzo di guerra che me lo sta distuggendo!”. Ma non posso, sempre ringraziare, anche quando dicono di no, che non hanno spicci, se magari li ho aiutati a portare la spesa.
Tutto questo accompagna i miei pensieri, mentre mi chiedo se è notte, o se semplicemente qui dentro non sappiamo se è giorno, perchè lo sarà quando apriranno quel portellone.
Perchè spero in un’alba in cui un uomo mi dica che posso pregare il mio dio senza paura e il mio vicino può pregare il suo senza pericoli.
Mentre ti tocco la fronte ogni minuto, temendo tu abbia la febbre.
Mentre controllo che le ondulazioni della barca non siano così forti da giudicarle assassine.
Mentre il mondo vive, chissà dove, le sue comodità.
Tu stai aprendo i tuoi occhi.
Mi piacerebbe che li accompagnasse l’alba.
E io chiudo gli occhi e mi dico che li riapro nel mio villaggio, che è tutto un sogno frutto di un maleficio.
Mi chiedi dove siamo, il barcone ondeggia, devo solo capire se tanto da diventare una bara da fondale.
Poi ti risponderò, ma voglio essere sicuro.
Voglio dirti che siamo arrivati, che non hai nulla da temere.
Adesso te lo dico, un altro minuto ancora e rispondo.













Hannibal Social



La mattina mi sveglio con la classica erezione idraulica. Illusione per molti, ma insieme a lei, che mi dà ancora speranza della mia virilità, c’è la fame. Unita all’ansia. Non so se ce la farò, non so se riuscirò a trovare il sistema. Sopravvivere qui è veramente dura. Lo senti da quella inquietudine che ti assale appena provi a mettere i piedi a terra.

A volte il cervello si mette in moto già di notte, sente i morsi, sa che per sopravvivere deve arrivare prima. Questo non è un gioco signori miei, questa è guerra. Qui arrivare per ultimi significa non trovare nulla, voi non sapete cosa può significare rimanere senza nemmeno qualcosa da dire, mentre tutti si sono già portati via un pezzo.

No, se non avete fame non avete futuro, rischiate persino di non potervi riprodurre più. Sopravvivono quelli che la mattina fanno come il leone che ha già in testa la gazzella. E quando si trova la preda bisogna essere già attrezzati. Io ho tutto. Lo porto sempre con me.

Come? Un migrante? Un rifugiato? Un uomo in zona di guerra? Peggio, molto peggio.
Io sono un influencer. Già, un missionario delle vostre opinioni, il prestigiatore il cui compito non è far apparire un coniglio, ma apparire, venghino signori, e attingano dalle mie opinioni.
Per chi non lo sapesse gli influencer sono i bengala di segnalazione nel buio di questi tempi, noi siamo sui social e lavoriamo, sì, è un lavoro. Un lavoro dirvi cosa va di moda, un lavoro apparirvi in tutta la nostra ricerca di parole, come oscuri predatori che quando le hanno trovate, si lavano, si denudano, si tolgono il grasso e il sangue della fatica e si presentano a voi come profeti del bello.

Sì, perchè, non ci leggete? Siamo quelli che le guerre sono orribili, che il terrorismo ci fa pregare per le vittime, rimirando un tramonto e interrogandoci sull’esistenza, siamo i martiri che parlano delle ingiustizie, da sopra un divano con il riscaldamento bene acceso. Certo, ogni tanto ci piace farci fotografare per strada, con le mani ben sporche, che non si dica che non facciamo del bene o non ci preoccupiamo dei più deboli, ma così, per caso. “la beneficenza non va mai ostentata”, siamo i primi ad urlare.

Siamo quelli che accettiamo umilmente le vostre lodi, mentre ci scrivete e ci inondate di like, perchè eravamo al pronto soccorso con un giradito, ma nel frattempo “abbiamo girato in reparti dove c’è gente che soffre davvero”. Ah, se facciamo qualcosa di buono, ovviamente siamo di megafono, ma con discrezione.

Come dite? Le difficoltà? Ma voi sapete con quale fame atavica dobbiamo alzarci la mattina, per scrivere qualcosa di sensato e profondo? Avete idea delle masse che ci attendono al varco, che dipendono dal nostro verbo e che cercano la nostra parola?
No, non ce l’avete, perchè non sapete che significa convivere con la necessità fisica di mostrarsi, di fotografarsi nei momenti più intimi, nel raccontare sviscerando le nostre gesta che costa ostentare, ma serve a farvi da faro. E così ogni giorno mi sveglio, guardo chi è morto, valuto se essere emotivo o cinico, a seconda che abbia una opinione profonda o che voglia un po’ far capire quanto disilluso sono, poi se non trovo nulla, cerco tra le notizie per fare una battuta ad effetto. Oppure per esprimere con parole solenni, la mia indignazione e la mia purezza. Ma sono un’anima dannata. Se mi vedeste mentre mi incazzo come tutti gli altri, ma nessuno lo descrive.
Se mi vedeste nelle mie piccole miserie quotidiane di un sorpasso non dato, di un aiuto ignorato, ma descritto accuratamente sui social.
Se mi vedeste nelle chat. Negli antri segreti dell’inconfessabile.
No, non vi piacerei, specie dopo aver postato la mia foto da bravo padre di famiglia, per poi ignorare mio figlio e leggervi con attenzione.
Non vi piacerei, perchè sarei il vostro specchio. Io sono come voi. Siamo quel branco di gazzelle e leoni che postano frasi su gazzelle e leoni e che poi fanno battute sul proverbio delle gazzelle e i leoni.
Siamo lo sciame primario che si indigna per un attentato, ma anche il secondario che elabora teorie in risposta a domande mai fatte. E siamo la terza onda, che critica le prime due. E la quarta che addita, lo fa sui social, ma dicendone peste e corna. I social sono la dannazione ma lo pensiamo sui social, siamo illuminati nella nostra bacheca fulminata.

Voi siete come me, vivete dell’applauso di questo pubblico virtuale, schioccato con una mano sola, mentre l’altra scorre la home. Siete gli ubriachi che tornano a casa con gli occhi pieni di opinioni che forse non ascoltereste nella vita reale, sono ubriaco come voi.
Sì, anche tu, anche tu che fai finta di non starci “che hai di meglio da fare”, poi subdolamente raccogli informazioni, sei attento ad ogni like ed ogni virgola di chi dici di stimare ma in fondo al cuore lo odi, prepari trappole per farlo cedere, uno in meno. Ma vivo, che sia il simbolo della sconfitta mentre tu sei un gradino più sopra.

Siamo tutti qui, con un occhio, con le mani, con l’orgasmo, con il telefonino ben posizionato sul comodino, ma col vibro mentre scopiamo. Il nostro sex toy con display.
Siamo i nuovi drogati. Risorgeremo dalle nostre tombe a forma di divano, con un’aria allucinata, aspettiamo l’opinione del più saggio. Ora scusate, è morto uno famoso, ma oggi mi tocca essere cinico.


L'uomo senza macchia




Si avvicinò e lo guardò. Voleva sputargli contro.
 - Guardati parassita, tu rubi, sei un infame, vieni qui a fare la bella vita mentre la povera gente annaspa, fai schifo.

L’altro non rispose, rimaneva lì, a fissarlo, non rispose e basta. Non c’è un motivo per rispondere.

- Non mi piace il tuo silenzio, stai pensando sicuramente come fotterci. Perchè noi eravamo in un posto dove si viveva bene e poi sei arrivato tu, con la tua carnagione scura, e ci provochi, noi non trattiamo male le donne, non abbiamo i valori che hai tu, noi viviamo onestamente e lo sai. Per questo non rispondi, perchè ti vergogni. Anzi nemmeno ti vergogni, non dici niente perchè ti senti pure superiore. Ma chi cazzo ti credi di essere che vieni qui a minacciare la nostra democrazia?

Si avvicinò ancora di più, a metà tra la voglia di apparire temerario e la paura di una reazione. Fece due passi e uno indietro, un gambero. Un gambero che dubitava delle sue zampe, della sua esistenza ma doveva fare il suo dovere, quello di gambero che ogni tanto finisce in tavola, ma spera di no.

- Allora? Stronzo? Poi siamo noi i cattivi? Eh? Testa di cazzo perchè non rispondi? Perchè voi vi credete meglio, siete indietro. Da noi abbiamo democrazie che portano avanti le loro idee e non fanno compromessi, abbiamo governi formati da persone che portano avanti le pretese di chi ha bisogno, senza di voi avremmo lavoro, non avremmo delinquenza e staremmo bene.

Stavolta perfino lui che ci credeva, dovette cacciare indietro un rigurgito, gli venivano su parole come “inciucio”, “femminicidio”, “ad personam”. Compromessi. Era andato avanti per compromessi travestiti da libertà. Casa, lavoro, televisione, tanta. E i social, le chat tanto per fare i seduttivi a ore, prima del sonno inquieto.

- Cos’è, non parli eh? Io invece sì. Io tiro fuori i coglioni, io ho il coraggio delle mie idee, ogni giorno. Sui social, mentre tu rubi, rubi il lavoro mentre io timbro il cartellino. E scrivo anche dopo che ho timbrato il cartellino, anche mentre dovrei lavorare, perchè le idee che ho io devono saperle tutti perchè se sono importanti per me, lo sono per tutti. E tutti devono saperle e accettarle. Se no li banno. Li cancello, puf. Questa è democrazia.

L’altro in silenzio.

- Parla, cazzo! Fai vedere che sei rimasto colpito da quello che dico, stupisciti!
Silenzio.
- Allora ora scrivo su facebook quanto siete stronzi che nemmeno replicate!
Silenzio.
- Ecco! E mi faccio un selfie mentre tu da lontano taci, scuro e stronzo!
Silenzio.

- Non sfidare la mia pazienza di persona civile, io metto tutti i simboli contro la violenza, io metto aforismi di pace. Io sono un uomo buono, capito stronzo? Capito??

Diede un pugno alla figura nera, che sembrò rispondere, rispose anzi. Gli usciva sangue da una mano con cui aveva dato un pugno. Indubbiamente aveva risposto e aveva anche urlato una cosa incomprensibile, vetrosa. Si avvicinò per capire se quel sangue era suo o era anche dell’altro, se magari lo aveva ucciso e chissene, uno di meno.
Sentì un rumore sotto le scarpe. Guardò. Cocci. Cocci di vetro. Guardò davanti a lui, l’oggetto del suo odio.
Campeggiava uno specchio. Uno specchio rotto, con una macchia nera all’altezza del viso. Quasi come se, chi si rifletteva, pareva avesse la pelle scura. Per il resto tutto uguale. Tutto.


I due carri



Un carro si avvicina circospetto
accanto all'altro bello ed agghindato
“perché tutti ti salgono sul tetto?”
domanda con fare un poco spaventato

E l’altro si rivolge immantinente
Guardando il carro opposto con accidia
“perchè io sono il carro del vincente”
replica con sadica perfidia

E poi prosegue parlando senza meno
“tutti quanti, dalla casta al popolo bue
su di me posano il loro culo pieno
salendo in massa oppure a due a due”

L’altro lo guarda incuriosito
e poi risponde con fare impertinente
“mi presento, adesso che hai finito
io sono il piccolo carro del perdente”

“In questo mondo che si crede in volo
sono quello da cui scendono tutti
vengo lasciato spesso quasi solo
nel frattempo su te salgono belli e brutti

Però sono contento, non si dica
perchè ad ogni cambiare di corrente
chi resta con me davvero è amico o amica
Mentre tu raccatti ogni deficiente”


Gruppo mamme quinta E





PLIN
Ma che ora è? Ma sono le sei, ancora un pochino potrei…
PLIN
Cazzo, ma è la sveglia, ah ho capito…è il mio subconscio che…
PLIN
Subconscio un paio di ghiandole mammarie, questo è il cellula…
PLIN
Giuro che chiunque sia lo scarnifico in sala d’aspetto appena arrivata al lavoro, di sicuro è quel cretino di Giacomo che ci prova a volermi dare un passaggio. Da quando sono separata ci prova in tutti i modi.
PLIN
No, non è così prolisso, anzi spesso scrive un messaggio solo. “passaggio sul mio SUV? Lasciamo bimbi scuol e colaz ins. Ok?
A uno che scrive a codice fiscale  gli risponderei solo CL CZZ. Quelli che non hanno tempo da perdere. Una libidine per la libido.
Invece no, è la chat delle mamme. La Cosa nostra del gruppo di scuola. Per la precisione il Boss. La madre di Gianpio Elzeviro. Si chiama proprio così. Un vezzo meneghino con un nome originale. Elzeviro. Già da solo ti condanna, con Gianpio davanti è matematico. Infatti è un bambino secchione, capetto, ricco da far schifo e stronzo per dna di madre. O forse sono io che sono invidiosa.
MANCANO ANCORA 15 EURO PER IL REGALO DI FINE ANNO DELLA MAESTRA RISP URG!!!!!!!!!!!!

Questione urgente che ha 300 commenti da rileggere, mi chiedo, me misera, se queste hanno mai conosciuto la narcolessia, quella in cui vorrei piombare io. Non sono una brava madre, lo pensano tutte. Perché non mi curo di rispondere alle considerazioni chilometriche che ogni giorno sono di “importanza vitale”. Le definisco io così, perchè le mamme in chat hanno anche fretta, per cui tagliano le sillabe, accorciano che con k, e scrivono in stampatello. RISP URG!
Le RISP URG che ho dovuto leggere nel corso di questo primo anno in cui ho scelto di far parte della Kasta, delle massone della classe, di cosa nostra della sezione E, sono state parecchie. E posso dirvi, di URG non avevano proprio un cazzo.
E trillavano però, tanto, così tanto che ho staccato le notifiche, quando cominciarono a parlare di vaccini, lo ricordo ancora, uno dei dibattiti mi sfrangia ghiandole mammarie, dopo quello “nuovo cuoco egiziano assunto dalla mensa scolastica”, dove facemmo una collezione di “non è per razzismo ma…” da mettere via per tanti inverni a venire.
Christian! Preparati che sono le 7!
PLIN
FATE FINTA DI NON SENTIRE? MANCANO TRE QUOTE!
Christian! Latte caldo o solo merendina? Non ho sentito!
Plinplinplinplin
ALLORA!!!
OK, STO ASPETTANDO, AL SOLITO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
IO STAMATTINA DEVO ANDARE A COMPRARE IL REGALO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
PER LA CENA INVECE?
PLIN
PIZZERIA, LA STESSA DEL NATALE.
QUALE?
MA AVETE VISTO CHE DA GUCCI IN CENTRO SCONTANO LE BORSE?
PLIN
NON ABBIAMO PIu’ DECISO DOVE ANDIAMO IN VACANZA, VOI CHE CONSIGLIATE
PLIN
CHI HA GLI ESERCIZI DI MATEMATICA, NON PER COPIARE EH, CHE MIO FIGLIO è BRAVO…
PLIN
ALLORA, PER LE QUOTE DEL REGALO? SE NO GIANPIO GLIELO FA DA SOLO EH?
Risp urg. Risp urg mentre accendo la tv.
Risp urg.
PLIN
MONICA? UNA QUOTA CHE MANCA è TUA, COME SEMPRE.
Rispondo.
Ho sempre versato tutto quello che mi avete chiesto.
SEMPRE IN RITARDO!
Sempre in ritardo, a proposito...Christian sbrigati!
Ho sempre qualche problema a far quadrare i conti, ma non ho mai sforato tutti i  contributi che mi avete dato, chi lavora come me sa che significa, specie da sola.
PLIN, PLIN, PLIN
MONICA, CHE VUOL DIRE?
MI FAI UNA COLPA DI QUELLO CHE TI SUCCEDE?
NON è UN PROBLEMA MIO!!!
Non è mai un problema suo, non è mai razzista, non è mai in torto. In torto è chi combatte questa vita ogni giorno. Mi metto la tuta della fabbrica, mi sono scordata di lavarla, puzza di sudore di ieri.
Christian, cazzo! I Pokemon dentro il microonde!
Non dovrei urlare.
PLIN
MONICA ALLORA? LE QUOTE, IO QUI NON STO GIOCANDO!
PLIN
Plin
Pl
“benvenuti a sky tg24, strage di bambini in una scuola vicino Raqqa, in Siria, un kamikaze è entrato nel cortile con un furgone, facendosi esplodere. Si contano al momento 34 bambini uccisi  10 insegnanti, il kamikaze ha atteso che la scuola fosse piena per mettere in atto il suo piano.”.
Mi rendo conto solo adesso di essere rimasta con la tazza a mezz’aria, guardo verso la porta, mio figlio mi sorride, e gli sorrido anche io, che puzzo di sudore e fumo di fabbrica.
PLIN
PLIN
PLIN
Imprecisioni, risp urg, quota, pizzeria, esercizi, palestra, hai visto il nuovo insegnante di fitness?
Io lo porto a fare equitazione, ahiono, tennis, eehh, la carta dicredito mi prenderà fuoco, maivaccini?
Hai sentito stamattinainquelpaesecomesechiama Vacca, Racca, ammazza 34 bambini...
Somusulmanifinchèsammazzanotraloro
Plin…
Monica sta scrivendo…
Christian porterà stamattina i soldi per il regalo
PLIN ERA ORA!!!!!!!!
UN’ALTRA COSA MONICA, DOBBIAMO PARLARE SERENAMENTE DI ALCUNI ATTEGGIAMENTI DI TUO FIGLIO IN CLASSE…
Monica sta scrivendo…
Serenamente? Andate serenamente a fare in culo.
Monica ha abbandonato il gruppo “mamme quinta E”

Ma la porterò via




Noi siamo le comparse. Siamo uomini in divisa, per voi non esistiamo, esattamente come un poliziotto o un carabiniere, fino a che non ne avete bisogno sono figure sullo sfondo.
Non vi chiedete come stiamo, se soffriamo o se abbiamo un mutuo da pagare. Per voi siamo solo un distributore di bevande, una figura discreta a cui allungare una mancia.
No, nessuna lamentela. Ci mancherebbe. Di questi tempi avere un lavoro è già una esenzione. Una dispensa papale da qualsiasi difficoltà.
Sono un cameriere, un cameriere di un Hotel. Sono la figura sfumata delle fotografie quando vi fate i selfie. Sono quello che passa nello sfondo. Non sempre. A volte sono in una foto di gruppo con voi. Sono la prova, la pistola fumante che sapete fare amicizia con chi ha curato la vostra vacanza come fosse sua. Perché vi piace sapere che abbiamo a cuore il vostro star bene. Che vi guardiamo con occhiate neutre mentre andate in piscina. Vi piace non curarvi del fatto che siamo lì mentre corteggiate donne bellissime, che siamo quelli del caffè in vassoio ma che non guardano il bikini, noi non abbiamo emozioni.
Raramente succede che chiediate come stiamo. Ancora più raramente volete una risposta diversa e articolata. “Bene, grazie”, basta e avanza. Una volta sì, stavo per dirlo. Un uomo più sensibile degli altri. Oppure solo più osservatore. Sapete, ci sono anime che hanno una dote, vedono dall’alto, come i droni. Non guardano solo la punta delle scarpe e le chat, arrivano a capire le conversazioni nascoste che si muovono dietro un sorriso.
È stato mentre portavo il vassoio con aperitivo per quattro che l’ho vista.
Io la vedo sempre, ma quella volta, mi è piaciuta la magia involontaria del suo collo che incrociava la mia traiettoria, dei suoi occhi che hanno staccato dal foglio di prenotazione per sorridermi, sarà stato un caso, magari non si ricordava bene un particolare cognome, ha alzato gli occhi e ha incrociato il mio sguardo, forse era solo cortesia di colleghi.
Che bello che è stato quel lago nei suoi occhi. Anche se era solo un lago cortese, per nulla innamorato, è stato un lago che ha cambiato la giornata di un masso come io sono, un uomo immobile, spostato solo per ordine di altri, mosso solo da esigenze di bevande o cibo. Un sasso capace di commuoversi con l’acqua azzurro verde dei suoi occhi.
Sì, è acqua di lago. O di laguna. Invischia, attira, invita, incastra.
Lei riceve i clienti, ogni mattina non so quali sono i pensieri quando guarda lo specchio, ma so che qui, accoglie. No, non parlo solo di professionalità. Lei è un sipario. Il suo aprire la bocca per sorridere non è solo una pratica da scrivere, è un sorriso senza insidie, nemmeno per uno sconosciuto.
Però quel sorriso si ripiega come un’aquila stanca, quando il cliente è andato.
Io dal mio posto, mi sono detto tante volte mentalmente di andare da lei e parlarle. Le direi “lo so, guarda che le vedo le tue onde in un lago troppo calmo, vorrei esserne la causa. Vorrei che tu perdessi il sorriso per delle domande, per chiederti se ti stai innamorando, di me.”.
Forse state già pensando che non c’è bisogno di essere così melensi, è solo una infatuazione a distanza. Se lo pensate, siete già morti dentro. Avete perso l’anima. Perché le anime si incontrano molto prima. Vagano come spettri, sono il nostro radar, scappano da noi, ma non sentite il sussulto e se lo sentite, lo scambiate per la vibrazione del telefonino. Loro vanno, anticipano, si parlano, sanno già, capiscono o se non si sopportano, loro sanno. Ma noi siamo sordi. E quando arriviamo davanti alla persona, entrambi siamo convinti di averla già vista, la frase più banale: “non ci siamo già visti?”, spesso la risposta è no, ma dovrebbe essere sì.
Adesso sta consegnando le chiavi. Il signore davanti a lei  sorride, rallenta nel prendere le chiavi e le sfiora le dita, sorridendo, lei sembra aver vetrificato il sorriso, sembra non gradire. Quando una donna gradisce una attenzione lo capisci, gli occhi e la bocca sorridono come una ola allo stadio, gli uni dietro l’altra. Quello è un sorriso di cristallo freddo tirato fuori dalla ghiacciaia.
Alla portineria non lasciano mai la mancia. A noi sì. Non so perché, ma sembra che sia un’usanza. Non so. So che io oggi ho lavorato tanto. E sto per staccare. Ho tante mance, per una volta potrei dimenticarmi della gara di sopravvivenza al limite del fine mese che la vita ci impone e osare.
Oggi ha sorriso poco, e per questo, il sorriso diventa l’azzardo di una puntata. Chiederti se sei o non sei tu, a creare per una volta quella ola di occhi e denti, e di una serie di sì, che ti fanno immaginare un giorno, due, tessere di mosaico che gli innamorati chiamano vita, anche quando si litiga e si lotta, anche quando il desiderio lascia il posto al mutuo e per ritrovarsi ci vuole una vacanza che non arriva mai. Anche lì.
Ho tante mance, e un congelatore pieno di sogni.
Una volta ho sentito una canzone che parlava di un portiere di notte, che incontrava una donna ogni sera, ne era segretamente innamorato.
Vanno via, e non tornano più
non danno neanche il tempo di chiamarli.
E non lasciano niente
non scrivono dietro il mittente
e nelle stanze trovo solo luci spente.
Sapeste che pena per chi organizza la scena
restare dietro al banco come un cane
con la sua catena
E lei che viene spesso a notte fonda
è così bella, è quasi sempre bionda
è lei che cambia sempre cavaliere
e mi parla soltanto quando chiede da bere.
Ma la porterò via
e lei mi seguirà
prenoterò le camere
in tutte le città
la porterò lontano
per non lasciarla più
la porterò nel vento
e se possibile più su
Lui nella canzone non trova il coraggio di confessarle il suo amore.
Io non lo so come chiamare questo sangue che porta le mie gambe ad avvicinarmi al sipario del suo sguardo e sfidare la sorte e la mia vergogna.
Forse che le mance sono state tante da sentirmi ubriaco.
E che la pizzeria in fondo alla strada è aperta. E che lei oggi è venuta a piedi e con lo sguardo spento. E che sembra che le piacciano le cose semplici, come a me. Che fin da ragazzo, un cartoccio di patatine, un cinema, una pizza e i baci di un amore che pensavo eterno bastavano a tutto. A tutto. A non dormire la notte.
Però questa notte la porterò via, lei mi seguirà, non la lascerò più e quando ci sorprenderà l’inverno, lei sarà con me a girare per decidere che film vedere, stringendosi forte.
Adesso la invito.
Prima servo l’aperitivo alla signora del tavolo 15.


Sirene




La città delle sirene non è facile da digerire. 
Molti preferiscono darle il nome storico. Palermo. Ma la verità è che si chiama così perché vive con un rumore di perenne sottofondo. Popipopipopiiii. Così imitiamo il suono.
Può variare di tonalità. Di accento. Essere monotono o polifonico. Ma questo suono è sempre presente. Come se avessimo horror vacui, paura di ascoltare il silenzio.
Che poi il suono è pure una sorta di navigatore. Perché se lo senti alle tue spalle, sai che in un nanosecondo ti devi sdivacare su qualche marciapiede con tutta la macchina, che se no è peggio per te.
Ti conviene camminare a piedi. In questo modo fai la stessa cosa che se guardassi un quadro dal vivo. Cogli ogni sfumatura pittorica e magari pure qualche minchiata dell'artista. E di minchiate in questa opera d'arte che è la città delle sirene, ne senti e vedi tante.
Vedi le cose belle. Arte per la quale staresti sempre col naso per aria. Poi vedi coppie innamorate e ti sembra che qui abbiano una bellezza contaminata che un po’ fai tua. Anche se non sei così bello. Ma vedi anche movimenti e azioni che non sono proprio bellissime.
E lì ti rendi conto, che quando sei nato ti devono avere messo un decoder, perché tu quei movimenti li cogli. Chi non ci è nato no. Parole incancrenite e criptate in monosillabi. Un sì o un no sono condanne.
Qui impari che puoi cambiare tutto. Ma tutto torna uguale. E che ognuno segue la sua natura come la rana e lo scorpione. Non si esce dal proprio destino se si resta nella città delle sirene. E non sempre è una cosa brutta non uscirne. Viverci è un sogno per chi la lascia. Un incubo per chi ci vive. Chi ci vive a volte ha un cinismo disincantato è un atteggiamento di chi “ma che ne sai tu che sei andato via”. Credono di essere affascinanti. Il disincanto non strega mai.
Le sirene qui vanno a sirene “spietate”. E servono a chi è distratto a guardarsi intorno. È così. Involontariamente poi cogli lo spazio e magari noti cose belle mentre a fianco a te passa una scorta di un giudice. Qui si uccide e si è ucciso. Si può fare in due modi. Con le parole e con i silenzi. Ne esiste un terzo. Ma quello è se sei veramente di troppo disturbo. Poi allontana. Allontana spesso.
Il suo meglio però, questa città lo dona quando smette di essere città delle sirene che fanno popipopipopi. E diventa quella di altre sirene.
Quelle ammaliatrici. Che mentre vai via, ti richiamano a riva. Ti seducono. Magari per farti infrangere sugli scogli. E tu ci caschi due, tre volte. Poi dici che mai più lo farai. Che non ti fiderai delle sirene della città delle sirene che ti dicono “fidati di me”. E invece sei tornato. E ti sei fidato. Cretino. Locco. Fissa.
E mentre vai via ti dici che è meglio così, non ascolterai più quelle sirene. Forse. Vediamo. Mica che uno decide per sempre. Ecco che ne passa una.
Popipopipopi….

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