Correttezza



La correttezza è una dea che invochiamo soltanto quando qualcuno ci ha sottratto qualcosa. Se ci fate caso, gli scorretti sono sempre gli altri, quasi mai noi. Raramente sentiamo espressioni di autocritica del tipo “sono stato sleale”, mentre in terza persona è più diffuso della Coca-Cola.

Eppure forse se ci guardiamo bene dentro, ci sarà stata almeno una volta che abbiamo tenuto il piede in due scarpe, che abbiamo soddisfatto il nostro ego a discapito di qualche sentimento sincero che ci è stato dato. Che abbiamo anche noi forse a volte, se non tradito, a volte deluso la buona fede. E forse il confine sta proprio non tra buoni e cattivi, come quando ci serviva questo criterio da bambini, ma tra chi questa slealtà la applica seriamente e serialmente, in maniera quasi scientifica se non premeditata e chi invece ogni tanto sparge un micro seme nel grande campo di cazzate combinate da tutti.

Eppure riflettendo in discorsi tra amici, ho imparato una lezione. La correttezza è qualcosa che ci si ritorce contro. Esatto. La vera lealtà è fare qualcosa che potrebbe non solo compensare i torti, ma addirittura farcela prendere sonoramente e clamorosamente in saccoccia. E forse per questo la pretendiamo dagli altri, ma in noi non è facile imporla con questa possibilità di svantaggio.

Uno degli esempi più classici di questo tipo di correttezza mi è sovvenuto leggendo di Renato Cesarini. Giocatore della Juve anni ‘30, cinque scudetti consecutivi con i bianconeri, famoso per i gol in “zona Cesarini”, espressione usata ancora adesso per indicare le reti realizzate sul fischio finale delle partite. Argentino, in Italia dopo una carriera da giocatore, divenne allenatore della Juve. Conosce un certo Omar Sivori, suo giocatore. Per chi non lo sapesse, Sivori era una sorta di Maradona, più irriverente e sfrontato.

Cesarini lo ama come un figlio, per lui non è solo un giocatore, ma un quasi consanguineo. 
Dopo due anni, Cesarini va via dalla Juve e va al Napoli, Sivori non la prende bene, nel senso che ha perso una parte di cuore. Arriva il momento di Napoli - Juve, partita decisiva per il Napoli, se vince si salva sicuramente, altrimenti è finita.

Sivori dovrebbe giocare contro il suo mentore, quasi padre e maestro. Non la regge proprio. Le prova tutte per non giocare. Non se la sente, ha paura di far male, se gioca come sa, condanna il suo maestro, se gioca male, non sarebbe una bella cosa. Si finge malato. Non vuole proprio mettere piede in campo.

Cesarini viene a saperlo. E dopo un momento di valutazione, per la sua vita, decide che no, così non va. Va trovare Sivori in albergo e gli parla chiaro. Gli dice che il miglior modo per onorare il loro rapporto, è scendere in campo, e che qualsiasi cosa succeda lui deve giocare come sa, perchè solo così, dimostrerà di essere un campione.

Questo è un esempio di correttezza, che va oltre il pensiero di rimetterci, di tasca propria.

A proposito, la partita finì 4-0 per la Juve. Tre gol li fece Sivori. Serve altro? Forse sì, serve questa foto. La partita è appena finita e Sivori abbraccia il suo maestro sconfitto. Credo dica molto. Sulla correttezza.

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