Sirene




La città delle sirene non è facile da digerire. 
Molti preferiscono darle il nome storico. Palermo. Ma la verità è che si chiama così perché vive con un rumore di perenne sottofondo. Popipopipopiiii. Così imitiamo il suono.
Può variare di tonalità. Di accento. Essere monotono o polifonico. Ma questo suono è sempre presente. Come se avessimo horror vacui, paura di ascoltare il silenzio.
Che poi il suono è pure una sorta di navigatore. Perché se lo senti alle tue spalle, sai che in un nanosecondo ti devi sdivacare su qualche marciapiede con tutta la macchina, che se no è peggio per te.
Ti conviene camminare a piedi. In questo modo fai la stessa cosa che se guardassi un quadro dal vivo. Cogli ogni sfumatura pittorica e magari pure qualche minchiata dell'artista. E di minchiate in questa opera d'arte che è la città delle sirene, ne senti e vedi tante.
Vedi le cose belle. Arte per la quale staresti sempre col naso per aria. Poi vedi coppie innamorate e ti sembra che qui abbiano una bellezza contaminata che un po’ fai tua. Anche se non sei così bello. Ma vedi anche movimenti e azioni che non sono proprio bellissime.
E lì ti rendi conto, che quando sei nato ti devono avere messo un decoder, perché tu quei movimenti li cogli. Chi non ci è nato no. Parole incancrenite e criptate in monosillabi. Un sì o un no sono condanne.
Qui impari che puoi cambiare tutto. Ma tutto torna uguale. E che ognuno segue la sua natura come la rana e lo scorpione. Non si esce dal proprio destino se si resta nella città delle sirene. E non sempre è una cosa brutta non uscirne. Viverci è un sogno per chi la lascia. Un incubo per chi ci vive. Chi ci vive a volte ha un cinismo disincantato è un atteggiamento di chi “ma che ne sai tu che sei andato via”. Credono di essere affascinanti. Il disincanto non strega mai.
Le sirene qui vanno a sirene “spietate”. E servono a chi è distratto a guardarsi intorno. È così. Involontariamente poi cogli lo spazio e magari noti cose belle mentre a fianco a te passa una scorta di un giudice. Qui si uccide e si è ucciso. Si può fare in due modi. Con le parole e con i silenzi. Ne esiste un terzo. Ma quello è se sei veramente di troppo disturbo. Poi allontana. Allontana spesso.
Il suo meglio però, questa città lo dona quando smette di essere città delle sirene che fanno popipopipopi. E diventa quella di altre sirene.
Quelle ammaliatrici. Che mentre vai via, ti richiamano a riva. Ti seducono. Magari per farti infrangere sugli scogli. E tu ci caschi due, tre volte. Poi dici che mai più lo farai. Che non ti fiderai delle sirene della città delle sirene che ti dicono “fidati di me”. E invece sei tornato. E ti sei fidato. Cretino. Locco. Fissa.
E mentre vai via ti dici che è meglio così, non ascolterai più quelle sirene. Forse. Vediamo. Mica che uno decide per sempre. Ecco che ne passa una.
Popipopipopi….

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